Ci sono giorni in cui un articolo che scrivi ti resta addosso più del solito. Oggi è uno di quelli.
Ho scritto un pezzo su Evelina Sgarbi e su suo padre, Vittorio, che è stato ricoverato per una grave forma di depressione. La notizia è arrivata così, in punta di piedi, nello studio di La Volta Buona. E mentre scrivevo, riportando le parole di una figlia provata che con dolcezza e lucidità diceva: “Penso che sia il caso di spostarlo in psichiatria”, dentro di me qualcosa si muoveva.
Non so se capita anche a voi, ma ci sono notizie che più che leggerle, ti attraversano.
Convivenza con l’ansia: un compagno silenzioso
Non ne ho mai fatto un segreto: da anni convivo con l’ansia. E non quella ansietta da domenica sera – che pure conosco bene – ma quella che ti paralizza, ti rallenta, ti convince che ogni gesto, anche il più semplice, è troppo difficile da affrontare.
In passato sono arrivati anche gli attacchi di panico. Sordi, improvvisi, crudeli. Ora ho imparato a riconoscerli, a tenerli a bada, ma l’angoscia resta. È una sensazione che non se ne va mai del tutto, una presenza silenziosa.
Un po’ come un amico immaginario – solo che non gioca, non consola, non ride. Sta lì. A volte dorme, a volte ti si appiccica addosso come uno zaino pesante. E quando lo senti, vivi più lentamente, con più fatica. Come se stessi cercando di camminare in salita quando gli altri volano.
La sorpresa di fronte alla fragilità altrui
E allora oggi, mentre leggevo che Vittorio Sgarbi, proprio lui – polemico, brillante, sfrontato – è ricoverato per depressione, mi sono fermata. Mi è sembrato tutto così surreale e allo stesso tempo perfettamente reale.
In studio qualcuno ha detto: “Chi l’avrebbe mai detto, è successo proprio a lui“. E dentro di me una voce ha risposto: “Sì, proprio a lui. Ma anche a me. Anche a noi”.
E mi sono chiesta: è sbagliato se questa notizia, in mezzo al suo dramma, mi ha anche sollevata un po’? Non perché mi faccia piacere sapere che un altro essere umano soffre. Ma perché ogni volta che un uomo pubblico, forte, visibile, ammette la sua fragilità, io mi sento meno sola.
Salute mentale: un dialogo ancora aperto
La salute mentale sta finalmente trovando spazio nei talk, nei social, nelle serie tv. Ma quando colpisce un personaggio famoso, soprattutto se uomo, soprattutto se potente, fa ancora rumore.
Ci si sorprende. Ci si interroga. A volte, purtroppo, si giudica. Io non voglio giudicare nessuno, ma posso dire che quando sento queste storie, un po’ mi sento capita. E forse anche rassicurata. Come se l’idea che la mente possa vacillare non sia più una colpa, ma qualcosa di cui possiamo parlare.
Davvero. Senza filtri. Senza vergogna.
Il peso invisibile dell’angoscia quotidiana
Negli ultimi anni ho imparato a gestire l’ansia. Ho imparato a conoscermi, a proteggermi, a rallentare quando serve. Ma quella sensazione – l’angoscia sorda, la stanchezza che ti prende l’anima prima ancora che il corpo – non sparisce del tutto.
E quando sento qualcuno dire: “Eh sì, anch’io in quel periodo ero depressa”, mi viene sempre da chiedere: davvero?
Lo dico senza presunzione, ma con quella fame di verità che solo chi ha provato certe emozioni può capire. Hai mai pensato, davvero, che la vita fosse troppo difficile da vivere? Che ogni giorno fosse una maratona contro un peso invisibile? Hai mai sentito il silenzio dentro così forte da fare male?
Riconoscere la fragilità per sentirsi meno soli
Non lo so. So solo che quando leggo di Vittorio Sgarbi, che non riesce a mangiare, che non risponde al telefono da mesi, che viene descritto come “smarrito” dalla figlia, io non vedo solo un uomo.
Vedo un essere umano come tanti. Un padre, un corpo stanco, una mente piena.
E penso che è ora di dirlo, di dircelo: non siamo soli.
Anche chi sembra avere tutto – cultura, potere, voce – può crollare. Anche chi è sempre stato una forza della natura può trovarsi fragile. E se succede a loro, possiamo accettare con più gentilezza che succeda anche a noi.
Parlarne è un atto d’amore verso sé stessi. E oggi, con questo pezzo, provo a farlo anch’io.

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